Cosa è la menzogna?
Tutti pensiamo di avere un’idea soddisfacente di che cosa sia una menzogna. In fin dei conti, siamo in presenza di un’esperienza piuttosto frequente della vita quotidiana. Eppure, se domandiamo alle persone di fornire una definizione della menzogna, otteniamo risposte assai diverse e, talvolta, in opposizione fra loro. Filosofi e studiosi delle scienze umane hanno approfondito in modo sistematico l’ambito della menzogna: da Aristotele e Platone a Agostino d’Ippona e Tommaso d’Aquino, a Niccolò Machiavelli, a Thomas Hobbes fino ai ricercatori di oggi. È un campo che da sempre ha appassionato la mente umana. Da secoli ci domandiamo perché, conoscendo la verità, diciamo il falso. Non sarebbe tutto più semplice se dicessimo sempre e soltanto il vero?
Occorre partire dicendo che cosa non sia menzogna.
Come ho scritto nel volume MENTIRE (Bologna: Il Mulino. 2003) Essa non è né un errore né una finzione. Nell’errore diciamo il falso per ignoranza, perché non conosciamo lo stato delle cose. In questo caso, chi fa un’affermazione falsa, prima dice il falso senza esserne consapevole pensando di dire il vero e poi scopre il vero; invece, chi dice una menzogna, prima conosce il vero e poi dice il falso. Inoltre, la menzogna non è una finzione nelle sue diverse forme (parodia, satira, humour, barzelletta ecc.), poiché in queste situazioni il parlante non ha intenzione di ingannare bensì di essere smascherato. Anzi, egli desidera che il destinatario scopra che il suo messaggio è falso, poiché tale scoperta è parte integrante della finzione stessa. La maschera è finta, mentre la parrucca è falsa, poiché la maschera esibisce i segni del suo non essere vera, invece la parrucca vuole essere creduta per quello che non è.
Per dire una menzogna, occorre che si realizzino tre condizioni nello stesso tempo: (a) la falsità del contenuto di quanto è detto; (b) la consapevolezza di tale falsità; (c) l’intenzione di ingannare il destinatario in modo da fargli assumere false credenze sullo stato delle cose o da impedirgli di conoscere il vero.
Alla luce di queste condizioni, la menzogna può essere definita come la trasmissione intenzionale di conoscenze ritenute non vere a un altro in modo che quest’ultimo assuma credenze false sulla realtà dei fatti.
Il percorso comunicativo della menzogna, quindi, si differenzia nettamente da quello della finzione e dell’errore (vedi schema seguente).
Lo scopo della menzogna è che il destinatario abbia una rappresentazione fuorviante della situazione, o facendogli credere il falso o non facendogli credere il vero.

Nello stesso tempo, chi dice una bugia deve far credere al destinatario che egli crede in quello che ha detto in quanto veritiero e conforme allo stato delle cose, ossia che abbia rispettato la regola della sincerità, poiché crede in quello che dice e dice quello che crede. In questo caso, la sincerità, più che con la verità, ha a che fare con la veridicità (cioè, con ciò che una persona ritiene rispondere al vero). La sincerità consiste nella corrispondenza fra ciò che una persona dice e ciò che pensa o che sente. In quanto tale, essa implica la veridicità delle proprie affermazioni.
Già Kant (1797), polemizzando con Constant, sosteneva che, più che avere diritto alla verità, “l’uomo ha caso mai diritto alla veridicità, ossia alla verità soggettiva riferita alla propria persona”, poiché la veridicità è “un dovere formale nei confronti di tutti” (p. 88).
Su questa base la sincerità costituisce il fondamento della fiducia fra le persone. Infatti, la verità ha una sola versione, mentre la menzogna ha mille volti. Anche Kant (1797) aveva sottolineato che “la verità è un dovere formale che un individuo ha verso chiunque altro. [Con la menzogna] io sono causa del fatto che alle mie dichiarazioni non si dia più credito in generale, per la qual cosa tutti i diritti basati su contratti sono destituiti di fondamento e perdono la loro forza” (p. 73). Se la menzogna diventasse la norma e se la sfiducia conseguente si generalizzasse, verrebbe meno la società nel suo complesso. Le persone, quando comunicano fra loro, assumono per default l’atteggiamento di credere e di accettare come vero quanto l’altro sta dicendo.
Anche Hegel (1806) aveva sostenuto nel paragrafo Die Verstellung (“il travestimento”, anche “il travisamento”) della Fenomenologia dello spirito che “ognuno deve dire la verità se egli sa la verità. Il comando dunque suonerà così: ognuno deve dire la verità sempre secondo la cognizione e persuasione ch’egli ne ha” (p. 353).
Come potete vedere, la menzogna è un’azione comunicativa complessa che implica un notevole impegno mentale, affettivo ed emotivo, relazionale e sociale; ricordo che, se volete, potete approfondire questo argomento nel mio libro MENTIRE (Bologna: Il Mulino. 2003).












